L’architettura e l’anima: conversazione con il Professor Betti.
-Parte prima-
Nota d’apertura dell’intervistatrice
Oltre la regola: la misura di un maestro
Per chi si siede tra i banchi di un’aula, la percezione di un insegnante resta spesso confinata alla superficie della cattedra. Del Professor Betti abbiamo imparato a conoscere l’infallibile precisione, quel rigore inappuntabile che non concede una virgola all’errore e che un giudizio frettoloso potrebbe scambiare per fredda impassibilità.
La misura di un maestro, tuttavia, si rivela appieno soltanto quando si ha il privilegio di osservarlo da vicino. Attraverso questa intervista, dietro la corazza della perfetta disciplina, è emersa la realtà di un uomo profondamente affascinante, un animo denso e misurato, umano, troppo umano nel senso più sublime del termine.
Dedicargli queste pagine significa rendere omaggio a quell’universo interiore che la severità del ruolo non spegne, ma protegge. La sua impeccabile precisione non è mai stata distanza, ma la forma più pura di rispetto verso la conoscenza e verso ciascuno di noi.
I. Le materie: Fisica e Matematica
1. Lei ci ha insegnato che la fisica è il linguaggio della realtà. Ma dopo anni, crede che l’universo sia davvero scritto in caratteri matematici o che noi stiamo solo proiettando una griglia logica su un caos che non potremo mai capire?
Sospetto che la matematica sia il linguaggio che noi esseri umani abbiamo costruito e usiamo per cercare di capire qualcosa della realtà; si potrebbe dire, in un certo senso, che sia insita nelle cose. C’è questa domanda: «Ma perché sembra sorprendente che la matematica riesca a descrivere la realtà almeno fino a un certo punto?». D’altra parte l’abbiamo costruita anche apposta per questo. Poi prende una sua strada e, grazie alle nostre capacità di astrazione, anticipa dei fatti della realtà che scopriamo dopo; troviamo una coerenza delle previsioni matematiche con quello che poi riscontriamo successivamente nella realtà.
Andando più nella seconda parte della domanda, penso che rimanga di sicuro qualcosa di inspiegabile che non possa essere ricondotto a quel linguaggio. Ci dobbiamo far pace come esseri umani: questo fa parte dei nostri limiti.
2. In matematica l’infinito è un concetto gestibile. Nella vita di un uomo, l’idea di infinito genera vertigine o speranza? Lei come lo vive?
Genera entrambe le cose. Io l’ho vissuto, come penso qualsiasi essere umano, in entrambi i modi, forse a fasi alterne. Ci sono dei periodi della mia vita in cui pesa o ha pesato di più l’aspetto della speranza, e ci sono dei periodi in cui pesa di più l’inquietudine. Forse sono i periodi più difficili, ma da cui possiamo imparare molto, da cui, se si emerge, possiamo trarre tanto; sono periodi faticosi come quando si fa esercizio fisico: ci alleniamo e usciamo più forti, fortificati.
L’infinito è un concetto interessante: umanamente credo lo possiamo cogliere anche nel presente. Non è un concetto che ho inventato io, qualcuno dice: «Quello che abbiamo è semplicemente il presente dove viviamo». Nel presente noi esseri umani, grazie all’astrazione, riusciamo a cogliere l’infinito in qualche maniera. Ogni attimo di presente è come un infinito e in questo troviamo sia l’inquietudine sia la speranza. Sta a noi poi valorizzare l’una o l’altra a seconda di quello che vogliamo e possiamo fare.
3. Il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che non possiamo conoscere tutto di una particella. Qual è la parte di noi studenti che lei, nonostante anni di osservazione, sente che rimarrà sempre indeterminata e inaccessibile?
Ci sono sicuramente tantissime parti inaccessibili, perché quello che noi insegnanti vediamo a scuola è una parte di una persona o di tutte le persone che abbiamo davanti. Vale ovviamente il viceversa: gli studenti e le studentesse vedono una parte degli insegnanti. Ma vale per qualsiasi relazione, anche tra fratello e sorella: di certo non posso sapere cosa una persona abbia nell’intimo come pensieri e sensazioni. Si può cercare di cogliere qualcosa; chi ha una formazione scientifica cerca di usarla anche in questo, vede dei segnali come sintomi e cerca di interpretarli, ma ovviamente l’interpretazione potrebbe essere sbagliata. Se un giorno si nota che una persona ha una certa espressione, può essere preoccupata, arrabbiata oppure allegra, però cosa nasconda non lo sappiamo. C’è chi ha una maschera allegra per nascondere magari un disagio, quindi c’è qualcosa di intimo che non possiamo mai conoscere, e che nemmeno la persona stessa conosce di sé, almeno in alcuni aspetti.
Semmai posso dire quello che mi piacerebbe conoscere: mi piacerebbe conoscere quello che serve professionalmente nel mio lavoro per insegnare meglio, anche in senso molto umano, perché è un rapporto tra persone. Non è semplicemente insegnare nel senso più banale di trasmettere qualche conoscenza, ma semmai porre le condizioni perché quella persona impari. Mi piacerebbe riuscire a capire un po’ di più qual è il modo migliore per insegnare a quella persona, ma bisogna accettare che c’è un limite e si fa quel che si può.
4. La simmetria è un pilastro della bellezza scientifica. La natura però è piena di asimmetrie: sono errori del sistema o è proprio lì che si nasconde la vita?
La vita effettivamente è qualcosa di straordinario: è un processo fuori equilibrio, sotto certi punti di vista. L’equilibrio in quanto stasi è più analogo alla morte, intesa come assenza di vita, mentre l’essere vivente è fuori da questo tipo di equilibrio. Vivere non significa stare fermi. Facendo una metafora più forzata, è proprio caratteristica della vita l’evoluzione.
Noi dall’esterno a volte crediamo di essere simmetrici, ma non lo siamo. A parte gli organi interni che non sono simmetrici, pensiamo alla cosiddetta simmetria destra-sinistra: ci sono l’alto-basso e il davanti-dietro. Su queste cose, dal punto di vista più tecnico, mi trovo a riflettere quando vedo scritto in certi libri di testo che gli specchi piani ribaltano da destra a sinistra. Non è così in realtà, è un modo sbagliato e antropocentrico di vedere le cose: se fossimo dei cubi o delle sfere invece delle persone, non vedremmo questo destra-sinistra.
In realtà noi riconosciamo la destra e la sinistra grazie al fatto che conosciamo l’alto e il basso (sulla Terra ha il verso della gravità) e abbiamo un fronte ben distinguibile; grazie a questi due assi abbiamo la terza direzione, che è destra-sinistra. Quello che fa uno specchio è ribaltare la direzione perpendicolare al piano dello specchio. Questa simmetria a volte è più una visione di noi umani che della natura in sé: è un linguaggio matematico che abbiamo costruito e a volte cadiamo in delle trappole che ci siamo costruiti da noi.
5. Se potesse cambiare una sola costante universale (come la velocità della luce), quale sceglierebbe e che tipo di mondo spererebbe di creare?
Domanda difficile, perché cambiando qualcosa chissà cosa accadrebbe. Le costanti veramente fondamentali per la mia formazione teorica sono tre: la velocità della luce, la costante di gravitazione universale della legge di Newton e la costante di Planck (o la sua versione ridotta h tagliato). Esse governano con il loro valore alcuni aspetti del mondo in cui viviamo. Cambiandone anche una sola, chissà se il resto del mondo reggerebbe; non so dire se si possa ottenere un mondo vivibile.
È come un pezzo di un puzzle: se se ne cambia uno solo , anche tutto il resto intorno deve cambiare, altrimenti non torna più. Se si potesse cambiare la velocità della luce, si potrebbe rendere un po’ più accessibile qualche mondo lontano, attualmente irraggiungibile. Ovviamente noi non siamo assolutamente in grado di raggiungere nemmeno il più vicino sistema stellare oltre al Sole: siamo appena andati sulla Luna e le sonde le abbiamo inviate poco fuori dal sistema solare. Sarebbe bello riuscire ad arrivare davvero su quei pianeti extrasolari che sono stati individuati da tempo e vedere mondi lontani. Questo sarebbe interessante per una questione di curiosità scientifica, ma anche umana. Se la costante di gravitazione fosse diversa, potremmo fare un salto e arrivare sulla Luna, e quindi aiuterebbe anche quello.
6. La termodinamica dice che l’entropia aumenta sempre. Lei come combatte il disordine che il tempo porta inevitabilmente nelle menti e nei cuori di chi educa?
Le leggi fisiche ci dicono che possiamo contrastare questa tendenza. Ovviamente bisogna spendere energia: ci dobbiamo mettere il nostro impegno. Si usa a volte la metafora dell’entropia del mazzo di carte in disordine: se lo mescoliamo, le carte saranno in disordine, ma questo non significa che non ci si possa mettere d’impegno a rimetterle in ordine. Richiede impegno, ma si può fare. Esistono i frigoriferi, ma consumano energia elettrica: bisogna attaccarli alla corrente per farli funzionare.
Anche noi possiamo, con impegno, cercare di contrastare questa dispersione e questa entropia che umanamente a volte ci coglie. Nel caso degli studenti e delle studentesse, quando incominciano le belle giornate è più difficile studiare: sarà legato al caldo che dà un po’ di confusione in testa. Questa è la fase dell’anno in cui mi capita di dire nelle classi: «Mi raccomando, questo è il momento di fare un piccolo sforzo e arrivare in fondo». È il momento forse più difficile in questo senso, quindi mettiamoci d’impegno per contrastare questa entropia. Il modo in cui cerco di farlo è dirlo, poi ogni persona deve trovare il suo modo. Ogni persona in classe deve farlo da sé, proprio perché ci sono delle parti che non conosciamo: non abbiamo una ricetta per tutti ed è giusto che ognuno trovi la sua.
7. C’è una formula che lei considera la sua preghiera laica? Qualcosa che le ridà ordine quando tutto intorno sembra crollare?
È proprio il principio di indeterminazione di Heisenberg che, ricordando l’indeterminazione insita nella natura, ci dice che dobbiamo accettare di non poter sapere tutto. Sembra paradossale, ma riconoscere questo limite ci può far fare pace con i nostri problemi: la consapevolezza che non possiamo raggiungere la perfezione assoluta ci permette di avere l’obiettivo giustissimo di fare il meglio che possiamo nel tempo che abbiamo a disposizione.
Cosa ci rimette in pace con il mondo? Pensare: «Con il tempo avuto a disposizione ho potuto fare questo, sono arrivato fino a qui, so che non potrò arrivare alla perfezione e mi accontento». È proprio quello che ci può aiutare a rimetterci in pace con il mondo.
8. La fisica quantistica dice che la realtà esiste solo quando viene osservata. Noi esistiamo solo perché lei ci guarda con fiducia, o esisteremmo comunque anche senza il suo sguardo di mentore?
Esistereste lo stesso, e non solo per me o per qualsiasi insegnante abbiate, ma per i rapporti fra compagni e perché ciascuna persona può osservare parte di se stessa. Siamo organismi complessi: la vita fuori equilibrio è un fenomeno estremamente complesso. Abbiamo parti di noi che non conosciamo ancora o che mai conosceremo. Non siamo un unico oggetto, siamo un sistema complesso, che significa composto. Una parte di questo sistema può osservare le sue altre parti: mi viene in mente la parola metacognizione. Possiamo ragionare su come ragioniamo e su come impariamo, possiamo osservarci mentre studiamo. Potremmo addirittura riprenderci e tenere un piccolo diario sui nostri tempi e comportamenti.
Quando si è più giovani, fino alle scuole medie o ai primi anni delle superiori, è naturale essere guidati da genitori, insegnanti o familiari. Crescendo si incomincia sempre di più a diventare responsabili. Non avviene improvvisamente il giorno in cui si compiono diciotto anni: si impara via via già da qualche anno prima e da lì non si ha più bisogno dell’insegnante per farlo. Certo, l’insegnante rimane un valido elemento, continuiamo a fidarci di lui e ad ascoltarlo, ma si incomincia anche in autonomia a trovare in se stessi l’entusiasmo e a usare le tecniche per rendere di più.
Diventare grandi significa questo. Non significa che si debba fare a meno delle altre persone, che continuano a essere validi aiuti nella nostra vita, ma sempre di più dobbiamo cominciare a metterci del nostro. Quindi non guardiamo solo gli insegnanti, osserviamo anche noi stessi: rimaniamo sistemi fisici che, osservandosi, esistono.
II. Il Ruolo e il Sostegno
(Nota dell’intervistato: «Specifico che in realtà io rimango un docente di ruolo. Si dice docente curricolare chi insegna una disciplina e docente di sostegno negli altri casi, ma in ogni caso si tratta di un ruolo di ruolo: è una questione tecnico-burocratica»).
9. Perché un uomo che domina la logica delle leggi universali ha sentito il bisogno di confrontarsi con la fragilità del sostegno, dove le leggi spesso non valgono?
Grazie del complimento, ma non è così. Anzi, è proprio parte della risposta: anche nello studio in particolare della fisica, o si potrebbe dire di qualsiasi disciplina, c’è tanta fragilità.
Il sostegno sicuramente spinge più che mai a confrontarsi con certe fragilità, tra cui anche le nostre e le mie personali. Ma questo lo fa anche l’insegnamento della fisica o di altre discipline: quando si insegna ci si mette sempre alla prova, perché per cercare di spiegare mettiamo alla prova quello che sappiamo e scopriamo cose che non avevamo visto abbastanza bene. Spero che mi succeda fino all’ultimo anno prima di andare in pensione, perché vuol dire che sto ancora imparando e crescendo. Con il sostegno si va a cercare questo più che mai: è del tutto coerente, sono due aspetti diversi della stessa medaglia — o meglio, di un dado con tante facce.
10. Nel sostegno non ci sono programmi da finire, ma barriere da abbattere. In quale dei due ruoli si sente più libero, davanti a una classe d’eccellenza o nel silenzio di un ragazzo che non riesce a parlare?
Sicuramente nel secondo caso. In una classe di eccellenza si può fare tanto e ci si può anche divertire a toccare certe vette; ma la vera sfida, che è anche divertente perché ci costringe a fare qualcosa di diverso, è qualcosa di inaspettato che davvero ci mette alla prova e ci spinge a inventare o reinventarci.
Detto con una battuta: in una classe d’eccellenza chiunque sarebbe bravo a insegnare, perché abbiamo di fronte persone già preparate. Invece dove ci sono difficoltà ci dobbiamo davvero mettere alla prova, e a me piace cogliere questo tipo di sfida. È bene comunque trovare un equilibrio tra le due cose, non bisogna per forza rendersi sempre la vita difficile. Anche nell’insegnamento ho cercato questo equilibrio: si possono fare entrambe le cose, persino nell’ambito della stessa giornata, passando da un’ora in una classe a un’ora in un’altra completamente diversa. Questo è molto coinvolgente.
11. Insegnare fisica è dare strumenti di potere. Il sostegno è dare strumenti di sopravvivenza. Quale di queste due forme di potere sente più necessaria oggi?
Percepiamo inquietudine a causa della situazione attuale e ogni giorno la cronaca ci presenta scenari complessi. Di getto verrebbe da dire che la sopravvivenza è quello che ci serve in questa fase, ma rischia di essere una visione soggettiva, legata al momento che sto percependo come individuo in questo preciso periodo storico. In altri momenti avrei dato una risposta diversa.
Un equilibrio tra le due cose è importante e non vuole essere la solita risposta: lo credo davvero. Il mondo è complesso e tra il bianco e il nero ci sono tante sfumature; servono tutte e due alla pari. Ci sono periodi storici o anni in cui una è più importante dell’altra. In questo periodo sulla sopravvivenza punterei di più, ma per la sopravvivenza ci vuole anche potere: il potere di riuscire a sopravvivere. La conoscenza di una legge fisica ci permette di fare qualcosa sfruttandola; è un potere che ci porta non semplicemente a tirare avanti, ma ad agire per vivere meglio.
Semplificare è importante, ma non vuol dire banalizzare. Semplificare significa rendere qualcosa di complesso accessibile per poter essere afferrato almeno in parte, senza dimenticare che la realtà resta complessa. Le leggi fisiche nella loro semplicità cercano proprio di cogliere la complessità del reale: l’importante è non perdersi nella semplificazione eccessiva.
12. Ha mai avuto la sensazione che la scuola premi chi sa calcolare e punisca chi sa solo sentire? Il suo passaggio al sostegno è una protesta silenziosa contro questo sistema?
Rispondo semplicemente di sì a entrambe le cose. Aggiungo due parole perché in buona parte si potrebbe dire di sì: questa sensazione l’ho avuta ed è vero che nel sostegno si cerca più che mai di valorizzare la singola persona e le sue potenzialità. Ma questo bisognerebbe farlo sempre e comunque a scuola, insegnando qualsiasi disciplina.
13. Cosa risponde a quei colleghi che vedono il sostegno come una ‘diminutio’ per un fisico? È più difficile risolvere un’equazione differenziale o trovare la frequenza d’onda di un’anima ferita?
La seconda è più difficile, assolutamente. Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale è un tema quotidiano. Le equazioni differenziali, a parte i casi particolarmente complessi, i computer le sanno risolvere da anni. Avere un rapporto umano, invece, è diverso: non ho ancora sentito parlare di emozione artificiale. Cogliere con un’emozione un sentimento nell’altro sembra essere ancora una capacità esclusivamente umana, ed è molto più difficile.
Il mondo sociale è una giungla intricata. Mi capita di dirlo in classe quando si arriva a dover dividere i polinomi: la mattina ci svegliamo e dobbiamo già gestire le relazioni con le persone in casa, poi arriviamo a scuola con gli amici e i compagni. Il mondo sociale è estremamente complesso; dividere un polinomio è una sciocchezza al confronto: una volta imparata la regola, il cervello lo sa fare.
Ci si occupa di sistemi complessi anche in fisica quando si studia come un’idea, una moda o un orientamento si diffondono nella società, con leggi simili a come nei materiali magnetici si orientano i domini ferromagnetici. Non è per niente facile fare sostegno e farlo bene con professionalità: non è più facile che insegnare fisica, è una sfida complessa.
14. Nel sostegno il tempo è relativo: un piccolo progresso può valere anni luce. Come ha rieducato la sua pazienza da scienziato a questi nuovi ritmi?
Ho un tipo di mente che a volte fa salti troppo lunghi e che inciampa in questa tendenza, mentre invece bisogna fare con calma. Ho dovuto esercitare la mia calma dicendo dentro di me che era il momento di fermarsi e dare tempo, imponendolo a me stesso da adulto.
Si torna al concetto di osservare se stessi e agire su se stessi: una parte del nostro essere può intervenire su altre parti del nostro essere, forzandosi ed esercitandosi. Questo valeva anche quando insegnavo fisica curricolare: devo spesso frenarmi un po’.
15. Qual è la variabile umana che non aveva calcolato nel suo passaggio al sostegno e che ora è diventata la costante di ogni sua giornata?
Il coinvolgimento emotivo. Quando ci si trova in certe situazioni dobbiamo accettare i nostri limiti e capire che si può fare fino a un certo punto, oltre il quale siamo impotenti. Bisogna imparare a mantenere l’empatia senza soffrire alla stessa maniera, altrimenti rischiamo di diventare inattivi e di non poter agire. Da insegnanti siamo persone diverse dall’allievo e dobbiamo mantenere quel ruolo garantendo una certa lucidità.
Sapevo che sarei stato coinvolto emotivamente, ma non è una variabile calcolabile a priori: quando ci si trova dentro la si vive. È qualcosa con cui bisogna fare i conti giorno per giorno. Il coinvolgimento emotivo a volte la sera a casa ci può ancora turbare, ma bisogna imparare a staccare e riposare per fare bene il nostro lavoro il giorno successivo.
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