L’architettura e l’anima: conversazione con il Professor Betti.
-Parte seconda-
In caso vi foste persi la parte precedente, potete trovarla qui :https://www.breakinglivi.it/interviste-alla-livi/larchitettura-e-lanima-conversazione-con-il-professor-betti/
III. Pars Humana
16. Per far nascere l’educatore che si prende cura degli ultimi, quale parte del suo ego di scienziato ha dovuto sacrificare o, forse, uccidere?
Quella che voleva tendere alla perfezione, alla conoscenza perfetta — che è un mito e non esiste su questa Terra — e l’idea dello scienziato curioso che vorrebbe sapere un po’ di tutto. Invece, per fare scienza bisogna sbagliare molto: lo dico spesso ed è proprio quello che si studia nella teoria dell’errore e nell’incertezza delle misure.
Si dice che per inventare le lampadine bisogna romperne mille: è un modo di dire per spiegare che servono tentativi sbagliati prima di arrivare a quello giusto. Per insegnare e capire bene cosa significa non capire, bisogna essere passati da quella sensazione. Se una persona capisse tutto subito senza mai incontrare difficoltà, avrebbe più problemi a rendersi conto di ciò che serve agli studenti per comprendere. Gli studenti si trovano nella condizione di non capire abbastanza bene ed è naturale; dobbiamo quindi ricordarci di quando noi stessi non avevamo compreso a fondo quel concetto e metterci nei loro panni.
17. Noi la vediamo come una guida sicura. Ma lei, quando chiude la porta di casa, di cosa ha davvero paura? Di non essere all’altezza delle vite che le sono state affidate?
Sì, assolutamente. “Non essere all’altezza” significa chiedersi: «Avrò fatto bene? Posso migliorare qualcosa? Domani posso spiegare meglio questo concetto?». Dal punto di vista della speranza più che dell’inquietudine, penso sia giusto porsi queste domande.
Sono una persona molto dubbiosa, non solo su me stesso ma sul mondo in generale. Questo non è in contraddizione con l’atteggiamento scientifico, che si basa proprio sul dubbio. Possiamo sostituire la parola paura, se intesa come qualcosa che ci blocca: vediamola come una consapevolezza e uno stimolo positivo, come quel principio di indeterminazione che ci ricorda che non arriveremo mai alla perfezione, ma ci spinge a fare meglio.
18. Molti di noi studiano la materia per dominare il mondo attraverso la tecnica; lei oggi sembra studiare l’animo umano per accoglierne le fragilità. Questa sua evoluzione è un monito per noi o è il naturale approdo di chi ha capito davvero cosa significa “conoscere”?
È una questione di carattere e di inclinazione personale: io amo gli aspetti puri e fondamentali più che le applicazioni. Pieno rispetto per chi utilizza le leggi fisiche per costruire un motore che funziona, serve anche quello, ma io lavoro su altri fronti.
Forse potrebbe essere un monito più che un approdo, perché non è detto che tutti debbano percorrere la mia stessa strada. È importante che ci sia chi sa applicare queste leggi per costruire qualcosa di pratico, ma chi ama applicarle non deve dimenticare l’importanza degli aspetti puri, astratti e fondamentali. A volte c’è chi liquida la fisica teorica come filosofia fine a se stessa; io lo dico nel senso migliore del termine, perché la fisica è filosofia.
19. Ci guarda mentre ci innamoriamo della fisica grazie a lei e partiamo per il mondo. Prova mai una segreta nostalgia per quella stessa ambizione che oggi sembra aver messo da parte?
Un po’ di nostalgia c’è, ma anche nel sostegno si può intervenire in modo puntuale e profondo su una persona. Comunque tornerò a fare quello che facevo: non è la prima volta nella mia vita che svolgo questo ruolo. È come quando si va in vacanza in un paese esotico e poi si torna a casa: si sta bene in vacanza, ma si sta bene anche a casa propria a rilassarsi in camera o in giardino. Non è una scelta definitiva. Provo una forma di nostalgia accompagnata dalla speranza che rivivrò di nuovo quelle dinamiche.
20. Se scoprisse che la sua influenza su di noi ci ha portati a essere dei tecnici brillanti ma uomini aridi, sentirebbe di aver fallito la sua missione umana?
Sì, mi dispiacerebbe, anche se non voglio avere la pretesa di decidere cosa una persona debba fare della propria vita. Se si parla di aridità mi dispiacerebbe; se si tratta invece di una scelta di vita consapevole di una persona che ha maturato il suo percorso, io la approvo comunque in quanto scelta libera.
Se una persona non ama gli aspetti più formali ma applica le leggi per costruire motori, sono più che contento: in qualsiasi campo si può rimanere esseri umani non aridi. Questo lo desidero molto: siamo sempre più educatori, oltre che insegnanti di una disciplina o di sostegno.
21. Essere un punto di riferimento significa spesso stare soli in cima. Lei chi ha scelto come propria bussola (o come propria guida) per attraversare i suoi momenti di buio?
Nel corso della vita le guide cambiano. Da giovani è naturale che siano familiari e insegnanti: ho avuto docenti che mi hanno dato un pezzetto del puzzle e il mio modo di insegnare è una collezione di questi pezzetti. Ci sono poi i grandi del passato che abbiamo incontrato nei libri e di cui conosciamo il pensiero, come Galileo o Leopardi.
Attraversando le varie fasi della vita, ci rimangono i contributi delle persone che abbiamo avuto vicino, ma anche di persone più giovani: quando insegniamo impariamo da chi è più giovane di noi. Più che un’unica persona, la mia bussola è una raccolta di pezzi di tante persone importanti.
22. Qual è la menzogna più rassicurante che ha raccontato a noi (o a se stesso) per anni e che oggi, lavorando nel sostegno, non riesce più a sostenere?
Ho sempre cercato di essere intellettualmente onesto, ma è umano fallire. Forse riguarda la fiducia cieca che da giovani abbiamo nelle persone più grandi di noi o negli insegnanti. Negli ultimi anni del liceo si scopre che in parte è una menzogna: non bisogna sempre fidarsi degli insegnanti o di chi ha vissuto più di noi, perché a un certo punto sta a noi decidere con la nostra testa e smettere di essere unicamente obbedienti.
Fino a una certa età bisogna insegnare a obbedire, ma da un certo momento in poi bisogna svelare questa menzogna e insegnare a criticare, a essere un po’ meno obbedienti e a sviluppare il proprio senso critico. Ovviamente non significa fare la prima cosa che passa per la testa, ma chiedersi con consapevolezza se chi ci parla non stia per caso sbagliando.
23. Se domani sparissero tutte le formule che ci ha insegnato, quale parte del suo carattere spera che resti impressa in noi come l’unica vera legge fondamentale?
Spero la gentilezza, che è un’espressione del rispetto tra esseri umani. Alle classi dico spesso che se ci rincontrassimo tra dieci o vent’anni non mi importerebbe che ricordassero la legge di Coulomb per la forza elettrostatica, ma mi piacerebbe vedere persone rispettose e gentili — che non significa dai modi affettati, ma con rispetto verso gli altri e verso se stesse.
Anch’io ho momenti in cui mi arrabbio e capita di non essere gentile ed è umano, ma spero che della mia persona rimangano impressi gli aspetti più gentili del carattere.
Chiusura dell’intervistato
«Vorrei dire: continuiamo nel corso della vita — a scuola, all’università, nel lavoro o da adulti — a esercitare la curiosità e a far leva su di essa. La curiosità è una delle chiavi della speranza: quello che non conosciamo può darci inquietudine o speranza, ma facendo leva sulla curiosità nasce il desiderio di conoscere e di vivere meglio, con un po’ di allegria e benessere. Poi, se questa curiosità ci porta anche a studiare di più e ad andare meglio a scuola, ben venga».
Nota di congedo dell’intervistatrice
Pars conclusiva
Nel congedarsi da queste pagine, ciò che rimane non è soltanto la ricchezza delle risposte o la nitidezza di un pensiero rigoroso. Rimane la gratitudine rarefatta per aver scorto, anche solo per un istante, la luce discreta che custodisce chi vive per insegnare.
Al Professor Betti va un grazie che supera la formalità del ruolo: per la generosità con cui ha aperto una crepa nella sua riserva, per il rispetto che ogni sua parola porta con sé, e per averci ricordato — senza mai dirlo — che la vera maestria è una forma silenziosa di devozione.
A cura di Katia Chikhi, 4BBio.