Skip to content

Breaking Livi

Breaking Livi: Le notizie del Livi, raccontate da noi

Menu
  • Home
  • Musica
  • Culture
  • Eventi
  • Interviste
  • Video
  • Liviflix
  • Moda
    • Trucco
  • Vita da Livi
  • Scaffale
Menu

Fuggire dalla tristezza per rifugiarsi nel bello

Posted on Marzo 9, 2026Aprile 16, 2026 by Amaranta

Vi siete mai interrogati sul perché un sentimento negativo tende a restare in noi più a lungo rispetto a un sentimento positivo? La domanda può sembrare tanto banale quanto in realtà è profonda la risposta.

Nell’epoca in cui viviamo, l’uso dei social influenza oltre il 60% della popolazione mondiale e oltre il 90% dei giovani nel mondo, con la previsione di un’inarrestabile crescita nei prossimi anni. L’uso di questi non rappresenterebbe di per sé una minaccia per il nostro cervello, se fossimo in grado di farne buon uso. I social infatti rappresentano un enorme vantaggio per la comunicazione veloce, la condivisione di notizie o la conoscenza di realtà al di fuori delle nostre. Ed è anche per questo che in paesi governati da regimi e dittature, i social sono estremamente filtrati o addirittura proibiti, per impedire agli utenti di raggiungere mediaticamente un’altra realtà. Ma il rovescio della medaglia è che l’uso dei social può avere effetti anche dannosi, fino ad alterare il funzionamento del nostro cervello, che rilascia dopamina e crea dipendenza. 

La domanda ora sorge spontanea: cosa c’entrano quindi la felicità e la tristezza con i social? Ebbene, c’entrano eccome, e te lo spiego con un esempio.

Sono le 6:30, suona la sveglia sul telefono, la spegni, apri Instagram, vai nella sezione Reel e trovi il primo post: “Come essere più produttivi in 5 semplici mosse”. Lo guardi, poi scorri e trovi il prossimo: “Crisi umanitaria in Sudan”. Scorri col dito pensando “non si possono leggere certe notizie appena svegli”. 

Se anche a te è successo almeno una volta di saltare una notizia negativa preferendo la visione di contenuti più “allegri” e leggeri, è perché il tuo cervello attua una sorta di protezione emotiva, ovvero ignora o passa molto velocemente commenti o notizie negative per preservare il proprio benessere psicologico. Questo meccanismo è innescato dal riflesso innato che ci spinge a evitare, quando ci è possibile, di provare tristezza o altri sentimenti negativi, preferendo sensazioni piacevoli, anche se magari effimere e passeggere. Insomma, è una reazione biologica ed emotiva quella per cui preferiamo vedere “cose belle” piuttosto che “cose brutte”.

Durante la seduta del consiglio comunale di Calenzano del 29 gennaio scorso, la consigliera di Fratelli d’Italia Monica Castro ha dimostrato proprio di essere preda di questo meccanismo, mostrando fino a che punto l’essere umano può spingersi pur di “preservare il proprio benessere psicologico”, riuscendo a tappare orecchie e occhi davanti alle crisi umanitarie, alle guerre, alla distruzione e alle tragedie. 

Qui non c’entrano i partiti, non c’entrano la destra né la sinistra, bensì la sensibilità, l’umanità. Perché proprio l’umanità? Perché sembriamo perderla giorno dopo giorno, seminandola dietro di noi ad ogni passo che compiamo verso uno stato di esistenza più facile, più comodo, meno impegnativo: quello dell’ignoranza.

L’insensibilità dietro al discorso della Castro: è raccapricciante poiché mostra l’ignoranza di una persona che il mondo l’ha visto solo dal buco della serratura, e che e che preferisce, probabilmente in modo consapevole, un tipo di narrazione semplicistico e populista piuttosto che impegnarsi a rompere le pareti dell’ignoranza e fare un passo fuori per scoprire cosa le sta intorno. In occasione della seduta comunale dello scorso 29 gennaio si è infatti pronunciata come segue riguardo al gemellaggio del comune di Calenzano con la città palestinese di Jenin: “Si poteva fare un gemellaggio con l’Austria, che è ricca. Venivano qui, ci portavano qualche risorsa”; e continua con “perché dobbiamo andare da quelli storpi, ridotti male, senza casa, senza nulla”. 

E non si è fermata qui: ha detto qualcosa di altrettanto grave quando ha ammesso la propria ignoranza e ha tentato di giustificarsi facendo riferimento a una presunta “sensibilità” che le impedirebbe di “andare nei posti dove soffrono”. Il che è alquanto paradossale, visto che nel discorso fatto, di sensibilità, non si è vista neanche l’ombra. 

“Ammetto la mia ignoranza, sarò banale, non sono andata a fare il viaggetto lì perché non mi interessa. Non ci sono andata, ma sono stata in Egitto e ho sofferto perché picchiavano i bambini. Non vado nei posti dove soffrono, preferisco andare dove ci si diverte. È una questione di sensibilità. Preferisco andare a vedere il bello”.

Chi ha un po’ di sensibilità – e non quella della Castro, mi raccomando – rimarrà senz’altro scioccato da questo discorso, oltretutto fatto da una persona che ha il compito di rappresentare un partito che momentaneamente è al governo del nostro Paese. La sua dichiarazione è sbagliata e orribile sotto molteplici aspetti, ma dopo averla letta/ascoltata mi sono soffermata soprattutto sull’ultima frase del discorso sopra citato, “preferisco andare a vedere il bello”, mi sono chiesta: chi ha davvero voglia di vedere il brutto, in fondo? 

Il brutto provoca emozioni negative, ci fa sentire tristi, spesso ci fa star male, ci fa sentire in qualche modo responsabili, ci fa pensare “potrei fare qualcosa”, ma ci fa anche dire “cosa ci posso fare?”. O ancora: ci fa sentire in grado di fare anche una piccola cosa per aiutare, ma ci fa sentire terribilmente in colpa quando non facciamo nulla. Quindi scorriamo il Reel, saltiamo la notizia, alziamo il volume della musica sopra al pianto, per soffocare quelle urla che non vogliamo sentire, perché tanto noi stiamo bene e fin quando la tragedia non ci tocca, non esiste. Il discorso della consigliera di Fdi ci mette di fronte a una domanda e ci porta a una riflessione più profonda: abbiamo il coraggio di vincere la fatica e l’ignoranza, almeno dentro di noi, e provare a cercare la verità, a vedere le cose per come sono, e non per come ci fa comodo vederle?

Dunque, come reagiamo davvero al brutto e al bello che i social ci propongono? Il problema del bello è che è effimero: ci appaga, ma non dura. Eppure ci fa star bene, quindi lo cerchiamo, per fuggire, anche solo per qualche istante dal brutto che c’è fuori. Ma la fruizione del bello rischia di trasformarsi in un escapismo dagli occhiali rosa: una sorta di anestetico che ci fa stare bene, ma ci assolve dalle nostre responsabilità. 

Grazie di aver letto fino a qui e, se volete, fatemi sapere cosa ne pensate voi.

Amaranta Melozzi 5EL 

Category: Opinioni

Navigazione articoli

← Architettura senza filtri: dentro il mondo del brutalismo
 Entanglement Quantistico →

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ascolta il nostro Podcast!

Recent Posts

  • Stefan, Damon, Klaus o Elijah? Scopri chi sarebbe la tua dolce metà in TVD!
  • INTERVISTA ALLA PROF.SSA CARANDENTE
  •  Il Teorema di Noether
  • Ricetta: Tangyuan 汤圆
  • Federico Valverde: the street won’t forget

Privacy Policy

Chi Siamo

© 2026 Breaking Livi | Powered by Minimalist Blog WordPress Theme